
Nel Referendum costituzionale sulla giustizia, celebratosi nel corrente mese di marzo 2026, le ragioni che hanno determinato la sconfitta del fronte del “Sì”, e quindi la vittoria del “No”, possono essere, a parer mio, riassunte nei dieci punti di seguito indicati e sinteticamente delineati.
Il marchio del governo. La legge di revisione è stata presentata direttamente dal Ministro Nordio. Questa impostazione è stata percepita da molti votanti come una “forzatura” delle regole democratiche, che avrebbero richiesto un avvio parlamentare.
L’assenza di un consenso trasversale. Non avendo ottenuto la maggioranza dei due terzi in Parlamento, il Referendum confermativo è diventato un passaggio obbligato, trasformando il voto in uno scontro frontale tra Governo e Opposizioni.
La compressione del dibattito. Nonostante i quattro passaggi previsti dall’Art. 138, l’assenza di discussione degli emendamenti ha privato il processo legislativo di quella caratteristica di inclusività, tipica delle modifiche della Legge Fondamentale. In altre parole, la Maggioranza ha praticato lo strumento della “Ghigliottina”, ossia l’applicazione del contingentamento dei tempi che ha portato alla chiusura forzata della discussione.
La mancanza di fiducia nei regolamenti attuativi. Il rifiuto della condivisione durante l’iter parlamentare ha generato il timore che i futuri “accessori” della riforma (leggi ordinarie) sarebbero stati decisi a maggioranza semplice, rafforzando il controllo politico sulla Giustizia.
Il “Pacchetto” Omnicomprensivo. Coinvolgere 7 articoli della Costituzione in un unico quesito non ha permesso agli elettori di esprimersi disgiuntamente sui singoli temi (separazione carriere, Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), Alta Corte), obbligandoli a un “prendere o lasciare” strutturale.
Lo smembramento del CSM. Molti elettori hanno inteso la riforma come una manovra per indebolire l’autogoverno dei magistrati. Il timore principale è stato che organi disciplinari separati portassero a un controllo dell’Esecutivo sulla Magistratura.
La centralizzazione del potere. Secondo autorevoli costituzionalisti, il frazionamento del CSM avrebbe aumentato il peso della politica, favorendo un potenziale accentramento di potere nelle mani della Presidenza del Consiglio.
La criticità sul Sorteggio. Invece di arginare le correnti, il sorteggio per il CSM è stato considerato da molti esperti come un modo per depotenziare la Magistratura e delegittimare un organo costituzionale.
Il banco di prova del Governo Meloni. La campagna referendaria è stata vissuta come un test politico sull’Esecutivo. Molti cittadini hanno votato “No” per dare un segnale di sfiducia politica alla maggioranza, indipendentemente dal merito tecnico della riforma.
Il confronto con il “Metodo Costituente”. Il divario tra lo spirito unitario del 1946-47 e la modalità “muscolare” adottata nel 2026 è stato decisivo a far pendere l’ago della bilancia verso il “NO”. Infatti, la percezione di una riforma “su misura” per un solo blocco sociale ha spinto molti elettori a votare “No” allo scopo di proteggere la natura condivisa della Carta Costituzionale. In conclusione, mentre lo spirito del 1946-47 si è distinto per una composizione lungimirante delle diversità, tesa a definire regole comuni, l’iter della riforma del 2026 ha messo in evidenza una prova di forza. Pertanto, al pluralismo generativo dei padri costituenti si è sostituito un esercizio di effimero potere della Maggioranza, che ha privilegiato la cieca rapidità dell’approvazione alla solidità del consenso istituzionale.