
In appena un anno e mezzo, tra il giugno del 1944 e la fine del 1945, l’Italia ebbe una successione di governi impegnati a fronteggiare le drammatiche emergenze dell’epoca: il conflitto ancora aperto al Nord, la ricostruzione morale e materiale del Paese e la delicata transizione istituzionale dal regime monarchico alla nascente Repubblica.
Dopo il buio della dittatura, il dramma della guerra e la brutalità nazista, la liberazione della Capitale, avvenuta il 4 giugno 1944 per mano delle truppe angloamericane, aprì una stagione nuova e con essa l’alba di una rinascita. Roma tornava a essere non soltanto il centro nevralgico e simbolico del Paese, ma il fulcro di una sovranità politica faticosamente riconquistata: il ritorno alla libertà, al pluralismo e a quell’attivismo civile necessario per edificare uno Stato di diritto proteso verso una democrazia compiuta. I governi che operarono in quello snodo strutturale della storia d’Italia furono sì esecutivi di transizione, ma furono anche rappresentativi dei valori fondativi dello Stato. La rapida ed efficace sostituzione delle compagini ministeriali di quegli stessi governi testimonia come difficoltose esigenze, profondamente diverse, dovessero essere affrontate con una visione alta e lungimirante della Politica e, quindi, con personalità distinte e adatte allo scopo, che in successione sono state: Pietro Badoglio, Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi.
Pietro Badoglio (1871-1956): Maresciallo d’Italia e figura di raccordo tra le istituzioni del precedente regime e la Corona, presiedette il suo secondo esecutivo dal 22 aprile al 18 giugno 1944. La compagine del Badoglio II fu la prima a includere i sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): DC, PCI, PSIUP, PLI, PdA e PDL. Questa unione nacque su impulso di Palmiro Togliatti attraverso la cosiddetta “svolta di Salerno”, un’iniziativa che mirava a superare temporaneamente l’impasse istituzionale sulla scelta tra Monarchia o Repubblica, consentendo alle forze antifasciste di collaborare con la Corona nella guerra di liberazione contro l’occupazione nazifascista.
In precedenza, Badoglio aveva guidato il suo primo gabinetto in continuità diretta dal 25 luglio 1943, data della caduta e dell’arresto di Benito Mussolini per volontà del re Vittorio Emanuele III. Malgrado fosse privo di una legittimazione democratica, il primo governo Badoglio gestì la convulsa fase di transizione verso l’Italia post-mussoliniana e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Con la liberazione di Roma, l’esperienza governativa del Maresciallo apparve superata rispetto al peso politico assunto dalle forze della Resistenza. Nella Capitale appena liberata, il diffuso malcontento verso la monarchia portò alla rapida emarginazione di Badoglio. Di conseguenza, l’incarico fu affidato a Ivanoe Bonomi, esponente del riformismo prefascista e figura di garanzia per il CLN. La nascita del primo governo Bonomi del dopoguerra segnò l’avvio della transizione verso il moderno sistema parlamentare.
Ivanoe Bonomi (1873–1951): Figura di spicco del socialismo riformista, uomo di alta statura morale ed espressione diretta del CLN, presiedette due successivi gabinetti di transizione tra il 18 giugno 1944 e il 19 giugno 1945. Bonomi fu un abile facilitatore politico, capace di navigare con coerenza nel passaggio dall’era prefascista alla democrazia. Cercò di avviare l’epurazione dai gangli dello Stato di coloro che avevano collaborato attivamente con il regime fascista, ma il processo non diede i risultati sperati: da una parte si scontrava con la spinta radicale dei partiti di sinistra (PCI, PSIUP e Partito d’Azione), dall’altra con la prudenza delle forze moderate e le resistenze della burocrazia ministeriale.
Ferruccio Parri (1890–1981): Figura leggendaria della Resistenza armata con il nome di “Comandante Maurizio”, guidò l’esecutivo dal 19 giugno al 10 dicembre 1945. Il suo governo tentò la difficile impresa di tradurre l’ispirazione ideale della lotta partigiana in riforme concrete, considerando la democrazia prima di tutto un imperativo morale. Sul piano economico, Parri e il suo Ministro delle Finanze cercarono di attuare un severo piano di cambio della moneta e un’imposta straordinaria sui grandi patrimoni accumulati durante il regime. L’obiettivo non era svalutare, bensì stabilizzare la valuta, combattere la galoppante inflazione e colpire i profitti illeciti del mercato nero. Il progetto fu tuttavia rallentato e infine bloccato dalle forti opposizioni dei gruppi industriali e finanziari e dei partiti moderati. Schiacciato tra i sospetti degli Alleati e le crescenti resistenze interne di liberali e democristiani, preoccupati per una ristrutturazione troppo radicale dello Stato, Parri fu costretto alle dimissioni, paventando il rischio di un ritorno al trasformismo.
Alcide De Gasperi (1881–1954): L’insediamento del suo primo governo, il 10 dicembre 1945, segnò un passaggio definitivo nella storia del nostro Paese. Il mandato di De Gasperi, protrattosi fino al 14 luglio 1946, lo consacrò quale statista cardine della nuova Italia; fu l’ultimo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia e il primo della Repubblica e, inoltre, esercitò le funzioni di Capo provvisorio dello Stato dal 13 al 28 giugno 1946. Guidò ininterrottamente ben otto governi fino al 1953.
Lo statista trentino – nato a Pieve Tesino, allora territorio dell’Impero Austro-Ungarico – organizzò il gabinetto del dicembre 1945 su una formula di autentica unità nazionale, che riuniva le grandi forze dell’antifascismo: la Democrazia Cristiana, il PCI (con Palmiro Togliatti al Ministero di Grazia e Giustizia), il PSIUP (con Pietro Nenni alla vicepresidenza), il Partito Liberale, il Partito d’Azione e il Partito Democratico del Lavoro. Fu questo esecutivo a spianare la strada al referendum del 2 giugno 1946 e alle elezioni per l’Assemblea Costituente⁷, affrontando contemporaneamente la ricostruzione di un Paese con le infrastrutture rase al suolo e milioni di sfollati.
In un’Italia ancora ferita, Alcide De Gasperi dovette resistere a fortissime pressioni che spingevano verso un “governo forte”. Ambienti vaticani, nostalgici della monarchia ed esponenti delle destre reazionarie auspicavano metodi decisi per arginare il comunismo. Malgrado le sollecitazioni, lo Statista rifiutò categoricamente ogni tentazione autoritaria. Il suo orientamento era chiaro: ancorare l’Italia all’Occidente democratico, al parlamentarismo e ai nascenti organismi internazionali.
La raffinata azione diplomatica di De Gasperi permise all’Italia post-mussoliniana di sedere con dignità al tavolo delle potenze globali. Resta fortemente simbolico l’esordio alla Conferenza di Pace di Parigi, il 10 agosto 1946, quando, davanti a una platea gelida, pronunciò un discorso entrato nella storia, il cui incipit recitava: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico…”
Fu proprio quella capacità di mediazione, mite nel tratto ma fermissima nei principi, a trasformare un “ex nemico” in un protagonista della ricostruzione europea. Come uno dei Padri Fondatori dell’Unione Europea, De Gasperi si impegnò tenacemente per la riconciliazione tra Francia e Germania, aderendo alla Dichiarazione Schuman del 1950 che portò alla nascita della CECA e sostenendo il progetto della Comunità Europea di Difesa (CED).