
L’evoluzione amministrativa di Roma, nel triennio critico 1943-1946, rappresenta un prisma attraverso cui osservare la transizione italiana dal fascismo alla Repubblica. La specificità della Capitale risiede nell’eredità del Governatorato di Roma (1926-1944), un istituto d’eccezione voluto da Benito Mussolini per neutralizzare l’autonomia municipale. Abolita la figura del sindaco elettivo nel 1926, il regime istituì un organismo ibrido, dotato di funzioni sia comunali che statali, posto alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio, ovvero del Duce. Il Governatore, nominato con regio decreto, non agiva come rappresentante della cittadinanza, bensì come braccio esecutivo del potere centrale, in una visione della città quale importante palcoscenico dell’ideologia fascista. Sotto il profilo costituzionale, il cosiddetto “periodo transitorio” si inserisce tra la caduta della dittatura (25 luglio 1943) e il referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Alla data del 25 luglio 1943, la carica di Governatore era ricoperta da Giangiacomo Borghese (1889-1954), figura di spicco dell’aristocrazia romana e pioniere dell’aviazione, in carica dal 1939
È opportuno evidenziare – per inquadrare la profondità della frattura democratica – che l’ordinamento prefascista prevedeva con nomina regia l’elezione dei sindaci nel periodo tra il 1870 e il 1889 e con espressione della sovranità locale nel periodo tra il 1889 e il 1926.
Tornando a Borghese, questi rassegnò le dimissioni da Governatore il 21 agosto 1943, aprendo la strada al commissariamento di Riccardo Motta (1878-1962), il cui mandato si esaurì con l’occupazione tedesca. Infatti, il 5 gennaio 1944, la neonata Repubblica Sociale Italiana (RSI) impose come Governatore di Roma Giovanni Orgera (1894-1967), già podestà di Napoli, rimasto a capo del governatorato fino alla liberazione dell’Urbe. Un dettaglio da memorizzare: tra il 4 e il 6 giugno 1944, in una fase di estrema fluidità, la reggenza di Roma fu assunta brevemente dal generale Roberto Bencivenga (1872-1949), già coordinatore del Fronte Militare Clandestino, che garantì il passaggio dei poteri alle autorità alleate e nazionali.
Con la Liberazione della Città Eterna (4 giugno 1944) si assistette al faticoso ripristino della legalità civile. Gli Alleati, di concerto con il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), individuarono nel principe Filippo Andrea Doria Pamphili (1886-1958) il simbolo della nuova Roma antifascista. Fu così che il Principe divenne il primo sindaco “della transizione”. Il suo mandato traghettò la Caput Mundi fino alle elezioni amministrative del 10 novembre 1946, le prime libere dopo vent’anni! Le elezioni del10 novembre 1946 ripristinarono il diritto del Consiglio Comunale di nominare il primo cittadino. Il 10 dicembre 1946 venne eletto sindaco di Roma Salvatore Rebecchini (1891-1977), esponente di punta della Democrazia Cristiana, ma l’instabilità politica portò alle sue dimissioni dopo soli diciassette giorni, con il conseguente affidamento della Città al commissario prefettizio Mario De Cesare. Rebecchini tornò stabilmente alla guida del Campidoglio dal novembre 1947, inaugurando una stagione da sindaco quasi decennale (fino al 1956). Docente di ingegneria civile, Rebecchini interpretò la ricostruzione edilizia attuando una politica di grandi opere: lavori notevoli per l’Anno Santo del 1950, ultimazione di via della Conciliazione, nuova Stazione Termini e tante iniziali attività di edificazione allo scopo di arginare l’emergenza abitativa, particolarmente causata dall’inurbamento delle persone provenienti dal Mezzogiorno.
Questa “frenesia edilizia” di Rebecchini si tradusse in una gestione del territorio spesso priva di una visione urbanistica organica, favorendo l’ascesa dei cosiddetti “palazzinari”, imprenditori privati che approfittarono dell’espansione per edificare quartieri congestionati senza un’adeguata pianificazione. Questa stagione di deregulation culminò nello scandalo denunciato nel 1956 dal settimanale L’Espresso, con la celebre inchiesta “Capitale corrotta = nazione infetta”, firmata dal giornalista Manlio Cancogni (1916–2015). L’inchiesta metteva a nudo l’intreccio tra: rendita fondiaria, speculazione edilizia e vertici amministrativi. Un dettaglio politico significativo: ai fini della rielezione a sindaco, la tenuta di potere di Rebecchini non fu garantita esclusivamente dalla coalizione centrista (DC e Liberali) e dai “Qualunquisti”, ma ricevette il contributo determinante dei voti dei consiglieri del Movimento Sociale Italiano (MSI). Tale convergenza tra la “Balena Bianca” (DC) e i reduci del fascismo (MSI) mostra una lezione di realismo politico ancora oggi attuale: spesso la conservazione del potere prevale sulle ideologie apparentemente inconciliabili.