IL GATTOPARDO DI S TATO: PERCHÉ LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NON CAMBIA MAI

La patologia della pubblica amministrazione italiana è caratterizzata da una serie di nodi strutturali storici, spesso riassunti in letteratura specialistica e nei rapporti ufficiali come quelli del Censis o dell’Istat.

Cinquant’anni di storia istituzionale, gli ultimi, non sono bastati a scardinare i nodi strutturali che paralizzano la macchina burocratica italiana. Una ricerca condotta nei primi anni Settanta descriveva già dettagliatamente le stesse patologie che gravano sull’odierna Pubblica Amministrazione. I mali endemici — l’ipertrofia normativa, il labirinto di leggi contraddittorie, l’invecchiamento del personale e la carenza di competenze tecniche e manageriali — non sono congiunturali, ma strutturali.

Il “veleno” di questa patologia risiede nella persistenza di una radicata “cultura dell’adempimento” a discapito della “cultura del risultato”. Il burocrate italiano, guidato dal formalismo giuridico, concepisce l’atto amministrativo come uno scudo protettivo: se la forma viene rispettata, l’efficienza, la tempestività e il servizio al cittadino diventano variabili secondarie. Questo legalismo esasperato ha generato la moderna “burocrazia difensiva” o “paura della firma”, un meccanismo di autotutela che rallenta o blocca i procedimenti nel timore di incorrere in responsabilità erariali o penali.

Il tentativo di curare l’iperregolazione con nuove leggi ha prodotto l’effetto opposto: una stratificazione normativa in cui ogni nuova riforma si aggiunge alla precedente senza abrogarla, aumentando la complessità. In questo originale e negativo contesto, la celebre massima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore del noto romanzo Il Gattopardo — «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» — si rivela la chiave di lettura più lucida della storia amministrativa italiana. Questo “riformismo gattopardesco” non ha risparmiato nessuna delle grandi riforme sbandierate negli ultimi decenni, rivelatesi puntualmente incapaci di incidere sulla sostanza.

Il medesimo destino di “gattopardizzazione” attende la transizione digitale e l’introduzione dell’intelligenza artificiale. L’automazione e l’algoritmo non possiedono una neutralità salvifica: se innestati su un sistema culturalmente malato, a loro volta si contaminano.

L’analisi storica e sociologica sullo specifico fenomeno conduce a un vicolo cieco in cui la politica ordinaria, strutturalmente legata alla ricerca del consenso a breve termine e alla lottizzazione, si è dimostrata e si dimostra incapace di auto-riformarsi. Da questa paralisi nasce l’ipotesi di una soluzione esterna: governi tecnici dotati di un amplissimo mandato, privi di politici al proprio interno e composti da figure rigorosamente prive di successive aspirazioni politiche. Tuttavia, le esperienze storiche dei non lontani governi Monti e Draghi hanno mostrato i limiti intrinseci di questo modello: la politica ordinaria tende a tollerare il “commissariamento tecnico” solo per la durata strettamente necessaria a superare la fase di emergenza acuta, per poi riassorbire i tecnici che, spesso, abbagliati dall’arte del governare, scendono nell’agone politico.

È da escludere la soluzione autoritaria di una dittatura capace di imporre il cambiamento d’imperio — poiché è sempre preferibile la palude del “Gattopardo” alla perdita della libertà.

È a questo punto del ragionamento che emerge il vero volto del paradosso italiano: l’inefficienza e l’immobilismo della Pubblica Amministrazione non sono soltanto un semplice malfunzionamento tecnico, ma il complesso prezzo collaterale, amaro e patologico ai limiti dell’inguaribilità, che l’Italia paga per un’eccessiva frammentazione amministrativa di centri di potere, generatrice di controllori e controllati, nonché di controlli sovrapposti. È il trionfo della forma esasperata sulla sostanza ipertrofica: un eterno movimento circolare che dà, forse, l’impressione del rinnovamento, ma che all’atto pratico lascia i cittadini e le imprese intrappolati nelle stesse identiche paludi che già agli inizi degli anni Settanta venivano da chi si occupava del medesimo problema, me compreso.